La prima volta che presi un aereo era l’estate che anticipava la seconda superiore. Vacanza studio in Inghilterra, da solo, o meglio, con decine di coetanei fino allora sconosciuti. La sera precedente alla partenza mi rigiravo nel letto: farò amicizia? Capirò qualcosa? Qualcuno mi spiegherà come effettuare una chiamata a carico? Ma soprattutto: potrò finalmente scoprire cosa c’è oltre i controlli di sicurezza?!


Ancora minorenne, mi aggrego a una missione umanitaria su un’isola sperduta di Capo Verde: nessun aeroporto, solo un grande garage, la pista in terra battuta, i bagagli caricati in stiva passandoli a mano dalla finestra e il pilota con canotta da basket e infradito. Poi sono arrivati i viaggi con gli amici, l’Irlanda zaino in spalla, ostelli, pullman e le coincidenze sempre ad orari improbabili per spendere meno che ti costringevano a trascorrere la notte sul pavimento gelido di un terminal (sì, parlo proprio di London Stansted).

Due anni fa un volo atteso da tempo: New York City! Ma non senza uno scalo – di nuovo a Londra – per andare a conoscere mia nipote a poche settimane dalla sua nascita. Quello che mi affascina degli aeroporti non è il traffico di passeggeri, ma il flusso di emozioni che scorre lungo i corridoi in entrambi i sensi di marcia, tra gli scaffali dei duty-free pensando a chi è a casa, all’imbarco di un gate o in attesa su una poltroncina dall’altra parte del mondo.


L’Aeroporto di Torino mi ha fatto esplorare il suo dietro le quinte, dopo il recente ampliamento. Ho conosciuto Aron, il cane artificiere, Drago 55, l’elicottero dei Vigili del Fuoco, i ragazzi e la ragazza (sì, soltanto una) del Turin Flying Institute, e infine i rapaci e i Border Collie che tengono lontani gli altri volatili cosicché non finiscano nei motori degli aeromobili. (Ho raccolto tra le Stories in evidenza sul mio profilo Instagram tutto il tour)




