Uomini col velo

Quando un precetto viene imposto e non scelto, l’espressione individuale lascia il posto alla coercizione.

In sostanza, se sono io a costruire le mie regole morali, tutto bene; se invece obbedisco a dei comandamenti in cui non credo perché mi obbligano a farlo, la mia vita diventa schiavitù. Questo in ogni cultura e in ogni parte del mondo, compresa la nostra civilissima Europa.

È inaccettabile, ad esempio, che alle donne venga prescritto per legge l’uso dell’hijab, il velo che copre parti più o meno estese del capo e del petto. Per chi trasgredisce, punizioni che possono arrivare alla fustigazione.

L’etimologia stessa della parola hijab è rivelatrice: ḥ-j-b, rendere invisibile, celare allo sguardo, occultare. Nemmeno in foto puoi esistere nella tua interezza, anche lì occorre nascondere.

Un gruppo di uomini iraniani ha deciso di esprimere pubblicamente dissenso, dando vita a una campagna di sensibilizzazione promossa dalla giornalista e attivista per i diritti delle donne Masih Alinejad.

Si sono schierati a fianco delle mogli, delle sorelle, delle madri e delle figlie che non intendono perpetuare un dogma a cui non appartengono: indossano un velo, si fotografano e condividono gli scatti con l’hashtag #MenInHijab, uomini in hijab.

Felice per coloro che scelgono di autodeterminarsi e possono farlo.
In questo caso un giudizio esterno risulta un sopruso culturale, una pretesa di voler plasmare il mondo convinti che il proprio background sia migliore di quello altrui.

Ma a fianco di chi, invece, non può farlo.

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