Per farsi un’idea della grandezza del proprio cuore, si dice che bisogna chiudere la mano a pugno. Strano, no? I pugni, tanto quelli presi quanto quelli dati, il cuore lo rendono più piccolo e contratto, mentre lui ha bisogno di respiri ampi e profondi.
Ci ho provato tante volte a misurarlo, ma ogni tentativo, in realtà, si è rivelato fallimentare. Perché il cuore è l’unica parte del nostro corpo senza confini, che più lo vuoi circoscrivere, più lui cambia forma.
Ho capito che preferisce gli spazi piccoli, intimi, ma con enormi aperture sul mondo per quando ha voglia di immaginare corse nei prati, nuvole di panna montata, un bagno al chiaro di luna nelle notti d’estate.
Ama farsi minuto, il cuore, quasi angusto, come il tavolo di un bistrot parigino attorno cui guardarsi negli occhi e sognare il resto della vita insieme in quella mansarda coi muri storti.
Si accoccola, tenendosi stretto, nel perimetro di un divano quando fuori c’è luce fino a tardi ma il suo orizzonte è seduto lì, accanto a lui.
Stende una coperta per un pic nic primaverile, e si accorge che tre metri quadri sono sufficienti per farci stare tutto ciò che fa rilassare i pugni e dimenticare la misura delle cose.


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