Non ci muoviamo da un po’, ma non da così tanto da aver dimenticato come si prepara una valigia.
Quando si è in partenza per un lungo viaggio, si sceglie cosa portarsi in base alla destinazione: se la meta è la Norvegia (no, non è un esempio a caso, ciao ciao vacanza programmata da mesi!), i nostri bagagli conterranno maglioni e giacche pesanti; viceversa, se andiamo a Honolulu, come insegna Mago Merlino, solo cappellini, bermuda e camicie leggere.
Ecco, l’attesa di un nascituro non funziona tanto diversamente: la notizia dell’arrivo di un maschio o di una femmina ci fa immaginare scenari diversi e, spesso inconsapevolmente, siamo portati a scegliere parole, giochi, racconti e proposte che si diversificano a seconda che si tratti di una lei o di un lui.
La cosa prosegue nei primi anni di vita e, sebbene le ricerche ci dicano che le differenze tra maschio e femmina non siano determinate da fattori innati ma dal contesto culturale (a dirla tutta ci dicono pure che, anche dal punto di vista psico-biologico, non c’è una contrapposizione binaria, bensì un continuum), perpetuiamo modelli rigidi, senza che ciascuno possa modularli su di sé, e incoraggiamo ogni risposta che li confermi.
In questo modo, bambine e bambini non hanno a disposizione le stesse occasioni, e ognuno realizzerà non il proprio potenziale, ma le possibilità che gli sono state date, con ancora un evidente sbilanciamento a sfavore delle femmine e una grande perdita umana per i maschi.
Di questi temi e degli stereotipi di genere ho parlato durante una diretta Instagram con UPPA che si può vedere cliccando qui.


Nelle foto, Dalla parte delle bambine, di Elena Gianini Belotti, Feltrinelli.
